Il piazzale davanti alla scuola pullulava di mamme che attendevano l’uscita dei loro bambini. Era il primo giorno di scuola e le più emozionate erano le mamme dei bimbi di prima elementare, ansiose di scoprire quale fosse stata la prima impressione dei loro cuccioli in un ambiente completamente nuovo.
Elvira non se la sentiva di fare comunella con tutte quelle giovani madri ed era rimasta in macchina ad attendere la sua nipotina, Sofia.
Se ne stava seduta al posto di guida, con gli occhi socchiusi, e i suoi pensieri si allontanarono dal cicaleccio circostante e la portarono al lontano 1° ottobre del 1945, quando anche per lei era suonata la prima campanella.
Era appena terminata la guerra e solo da pochi mesi, lei, la sorella, la mamma e la nonna erano rientrate in paese, da cui erano state mandate via, nel febbraio del 1944, a causa dei bombardamenti.
L’atmosfera che si viveva allora era ben diversa da quella che animava in quel momento il piazzale della scuola, ma per i bambini di tutti i tempi il primo giorno di scuola ha sempre avuto un significato particolare.
Elvira non aveva molti ricordi del periodo delle elementari, ma alcuni episodi non avrebbe mai potuto dimenticarli.
In particolare, nella sua mente era rimasto impresso proprio il primo giorno di scuola. Non per l’impatto avuto in classe con la maestra e le compagne, ma per il rientro a casa, quando la mamma la vide arrivare senza la cartella e gliene diede di santa ragione.
Ripensando a quell’episodio, Elvira sorrise. Ricordò che, mentre correva insieme alle compagne, le si era slacciata una scarpa. Per riallacciarla aveva posato la cartella a terra e, presa dalla fretta di raggiungere le compagne, che erano scappate via, aveva ripreso a correre senza raccoglierla.
Dopo la sculacciata, tornò indietro con la mamma e, per fortuna, ritrovarono la cartella.
In quella cartella non c’era molto: una matita, una gomma, un pacchetto di sei pastelli Giotto, lunghi quanto le sigarette, e due quaderni, uno a righe e uno a quadretti. Come dimenticare quei quaderni con la copertina nera e i bordi rosso fuoco, gli unici che esistevano all’epoca e che avevano accompagnato tutta la sua generazione, dalla prima elementare fino alla maturità?
La penna non l’aveva ancora perché prima bisognava imparare a fare le aste dritte per esercitare la mano. Queste dovevano rientrare perfettamente nel rigo e mantenere sempre la stessa distanza l’una dall’altra. Una volta acquisita una certa abilità, si poteva cominciare a usare la penna.?Quando arrivò il momento di usare quell’asticella di legno con il classico pennino di metallo, ogni mattina passava il bidello a mettere un po’ d’inchiostro nei calamai che erano infissi nei banchi. I primi giorni furono un disastro perché nessun bambino intingeva delicatamente il pennino nel calamaio ma tutti lo tuffavano fino in fondo, con energia. Era il finimondo: macchie dappertutto, sui quaderni, sui grembiuli, le dita diventavano nere e se qualcuno si toccava il viso si ritrovava con una maschera. Ma anche questo problema fu superato.
La campanella suonò e i bambini uscirono a frotte.
Elvira andò incontro alla nipotina, le prese lo zainetto, tutto colorato e pieno zeppo di materiale scolastico.
Sofia cominciò a raccontarle tutte le novità di quella giornata speciale. Le fece vedere l’astuccio con 24 colori e i suoi quaderni, coloratissimi e con le immagini dei “Me contro te” che adorava.
Elvira ascoltava ma il confronto con la sua umile cartella dimenticata in strada era troppo forte e non riusciva a concentrarsi su ciò che le raccontava la nipotina.
Sofia vedendola distratta le chiese cosa avesse. Elvira non rispose, ma arrivata a casa andò nel suo studio, prese un quaderno a quadretti con la copertina nera e i bordi rossi e glielo mostrò. Quel quaderno aveva ottanta anni, era proprio quello delle sue aste e glielo aveva conservato la mamma, senza che lei lo sapesse.
Lo aprì, le fece vedere le sue aste, dapprima tutte sbilenche ma poi sempre più ordinate. Sofia prese il suo quaderno e tutta orgogliosa mostrò alla nonna la sua prima paginetta sulla quale aveva scritto “oca”.